In questa epoca di grave crisi economica e sociale potrebbe sembrare inattuale domandarsi se l’eros sia un diritto umano da rivendicare o un mistero che solo all’uomo e’ concesso vivere. Non ho timore di affermare che il cosulente filosofico debba porre domande scomode e inattuali, proprio perchè è insito nella sua natura farlo. L’eros, prima di essere monopolio della pisicanalisi e di Freud, è stato un argomento che la filosofia ha dibattuto, cercando di dare una risposta plausibile circa la sua genesi. Il mio pensiero va, sicuralmente, al Simposio di Platone in cui l’eros viene visto come un dono divino fatto all’uomo o addirittura come un dio che invade l’essere umano rendendolo folle, ma allo stesso tempo capace di transcendere la bellezza dei corpi terreni (dopo averne goduta) arrivando a comtemplare qualcosa di più elevato. Per il filosofo antieniese, quindi, l’eros è un mistero inscritto nel cuore dell’uomo che egli vive “invontariamente” e giammai un diritto constituzionale da rivendicare o da difendere. Se noi avallassimo la tesi secondo cui l’eros è un diritto dovremmo, paradossamente, ammettere che, anche un pedofilo abbia il diritto di concupire e godere del propro oggetto del desiderio. Un argomento a parte dovrebbe riguardare il rapporto tra l’eros e il disabile che troppo spesso nella nostra società viene obliato o addirtura negato. La complessità dell’argomento non mi permette di trattarlo in poche righe, ma dico solo che l’eros, se non in casi singoli ben definiti, non può essere ridotto nel condurre un disabile dalle “donnine allegre” così da salvaguardare il suo stato pisicofisio L’eros, per tutti, dovrebbe rimanere un mistero che abbia a che fare con il sano svilluppo dell’affettività e la passione più che un diritto giuridico sancito da una legge.
E’di pochi giorni fa la notizia che un altro ragazzo è morto per aver assunto una sostanza stupefacente in discoteca in provincia di Bergamo. Eventi come questi ci fanno compredere che la “cultura dello sballo” sia molto forte in alcuni giovani. La gioventù sembra schiava del marketing, della legge del capitalismo della “domanda e l’offerta”. Si può affermare che i ragazzi di questo nuovo millennio soffrano di una profonda apatia che ci appare come unica norma comportamentale. Tale mancanza di passione mi stupisce non poco, poichè l’inquientudne è priopria dell’eta’ giovanile. Il ragazzo dicianovenne di Bergamo credeva che la trasgressione fosse lo” sballarsi”, il perdere la misura. Questo comportamento è agli antipodi della saggezza, di ciò che Archiloco chiamava metriotes, ossia la capacità di moderarsi, di concepirsi come esseri limitati e finiti. L’assumere droghe è diventato un’ennesima alienazione contemporanea, priva di ogni ricerca esistenziale, come accadeva negli anni ’70. Il consulente filosofico può aiutare a riorientare la scelta di “come”stare al mondo e ad acquisire quella profondità davanti alla vita che solo la saggezza può donare.
“Mi sveglio, ma resto ancora a letto ispezionando la mia camera finemente arredata… Guardo mia moglie e mi chiedo: “Ma che ci faccio a letto con questa donna? Perché l’ho sposata? “
Così inizia il mio ormai assillante monologo interiore che si ripete con cadenza quotidiana…
“Come è pesante alzarsi stamattina… Ormai da troppo tempo la mia vita sembra non avere un senso…
Dove sto andando? Che valore ha affaccendarsi per guadagnare tanti soldi? Qualcuno diceva che il denaro è lo sterco del demonio. Chi lo diceva e perchè? Non riesco a ricordarlo? Vabbé…, che importa saperlo…
In realtà, mi servirebbe proprio qualcuno in grado di aiutarmi a dare significato alla mia inquietudine, che mi indicasse una direzione in questo caos che mi avvolge come un lento torpore.
Cazzo!…, è tardi!…, devo andare. Il mio datore di lavoro mi farà un’altra ramanzina! Rischio, lo so, ma non ho proprio voglia, non so come difendermi da questa apatia. Cosa mi succede? Neanche il sorriso di mia figlia Chiara mi fa rilassare…”
“Ecco…, la solita scrivania e, intorno, quest’ambiente soffocante… Eppure, mi è sempre piaciuto fare il Project Manager… Ora, però, questa cravatta mi appare come un cappio al collo di un condannato che non conosce la sua colpa… Ma chi è il mio aguzzino? Forse è mia moglie che mi opprime con il suo infantilismo e le buone maniere da quattro soldi! Forse il problema è il senso di inadeguatezza di fronte all’essere padre, ruolo che non mi riesce molto bene!…; d’altronde, non ho mai voglia di giocare con la mia piccola. Forse, dovrei cambiare vita, andare via da questa realtà scomoda!
Ma, servirebbe fuggire?
Che mal di testa!…, non ci capisco più niente… Ma cos’è questo sito su cui casualmente ho cliccato? www.logosepathos.it, studio di Consulenza filosofica…, pratica d’aiuto riguardo crisi esistenziali, perdita di orientamento, difficoltà relazionali… Interessante! E’ un nuovo approccio, non ne ho mai sentito parlare. Sono curioso… Potrebbe essere la risposta giusta… Che faccio, chiamo per un appuntamento? D’altronde, non ho niente da perdere…. Provar non nuoce!… Dai!… Ti decidi a telefonare? Non rimandare come sempre! Ok, chiamo.
Appuntamento giovedì pomeriggio alle 16.00. Speriamo bene!”
Molte persone ci chiedono:” ma cosa è un consulente filosofico?” La domanda è legittima, come è legittimo avere una risposta chiara. In questo articolo cercheremo di togliervi alcuni dubbi in merito.
A nessuno di noi, credo, verrebbe in mente di farsi spiegare che cosa sia un medico, poiché la sua figura è stata definita e compresa da una presenza plurisecolare nella nostra società: il medico cura i malati e lo fa definendo quale patologia hanno e quale terapia sarebbe più idonea.
Per la figura del consulente filosofico non è cosi semplice, poiché essa ha una applicazione meno intuitiva di quella del medico, ma non per questo meno utile ed efficace. Allora un consulente filosofico che cosa è? E’ da considerare che egli non è un surrogato di qualche religione, poiché non insegna una dottrina né enuncia una serie di precetti da seguire e la sua prerogativa non è neppure la salvezza delle anime, ma il vivere bene delle persone, ossia la loro umanizzazione.
Il consulente filosofico non è nemmeno un doppione dello psicologo, in virtù del fatto che non assume l’uomo come oggetto di studio ed indagine, ma valuta gli atti di una persona che sono liberi ed esprimono qualche cosa mai completamente comprensibile, ossia il mistero che porta con sé l’umano. Rispetto allo psicologo il consulente filosofico valuta il soggetto umano come sempre responsabile delle proprie azioni, per cui non pone i processi inconsci come spiegazione del comportamento umano.
Il consulente filosofico, quindi, non si relaziona ad un uomo come una cosa da osservare, ma ad una persona libera ed autonoma a cui chiedere spiegazione delle proprie azioni.
Il consulente filosofico è un uomo tra uomini che usa i concetti, il linguaggio della tradizione filosofica per chiarire, per rendere più consapevole “l’ospite” di come vivere.
Secondo Heidegger arriviamo a capire che cosa significa pensare quando noi stessi pensiamo. Perchè un tale tentativo riesca, dobbiamo essere preparati a imparare a pensare. La ragione dell’uomo si dispiega nella capacità di pensare. Essere capaci di qualcosa significa lasciare che qualcosa acceda a noi nel suo essere e pensare equivale a penetrare il considerevole delle cose.
Un’antica disciplina come la filosofia in grado di ricostruire il senso delle cose è la risposta al rischio della crisi dei valori che caratterizza i nostri tempi. Sotto le vesti della consulenza filosofica, essa non è legata ad alcun approccio o teoria filosofica specifica, in quanto assume tutto il sapere della tradizione filosofica. Essa non fornisce teorie, ma gli strumenti concettuali per il processo di conoscenza dei propri modi di pensare, di critica e di eventuale ristrutturazione della propria visione del mondo. Le abilità richieste dalla consulenza filosofica sono di ordine comunicativo e di flessibilità intellettuale; il fine non è la risoluzione del problema ma il raggiungimento di una maggiore consapevolezza.
Il consulente filosofico non può fare a meno di dialogare con i saperi umani; sarebbe, bensì, opportuna una maggiore attività di integrazione dei saperi e di ascolto reciproco per prevenire una ipotrofia della capacità di giudizio, nella considerazione della complessità dell’essere umano e nel superamento della scissione mente-corpo, non sottovalutando i contributi delle neuroscienze e della biologia. Nello specifico, il consulente filosofico, opera sulle visioni del mondo alla ricerca del vivere bene.
La filosofia è stata sempre definita ricerca della verità, della sapienza, ma anche riflessione critica, attività. Queste due definizioni spiegano come la filosofia non abbia un unico oggetto d’indagine, ma vari ambiti di riflessione, in cui si è sforzata di trovare una soluzione plausibile (logica, etica, che sia volta alla promozione dell’umano). Fin dall’antichità essa si è ramificata in una molteplicità di correnti filosofiche che hanno avuto come filo conduttore la ricerca del sapere contro i pregiudizi, l’opinione comune, la doxa di Platone, che impediscono all’uomo di avere uno sguardo disincantato circa il mondo. Va detto che il non avere pregiudizi non significa essere scriteriato: l’uomo non è e non deve essere scriteriato, poiché non vive in un abisso senza senso, senza la possibilità di orientarsi nel mondo. Il segreto è saper giocare con le regole e i significati acquisiti dalla propria cultura ed educazione, valutandoli criticamente mettendoli, se necessario, in parentesi. La persona è realizzatrice di valori, anche se la vita dell’uomo d’oggi non è favorevole all’approfondimento e, come discepoli di Aristotele, si può sostenere che il bene può essere desiderato da chiunque abbia un fine buono e rifletta sull’agire umano.
La peculiarità della formazione e dell’esercizio del consulente filosofico consiste nel fatto che questi non è un pensatore sistematico, non compone sistemi, ma problematizza, indaga i problemi che la mondità gli propone: il filosofo ritorna in piazza, si reca nelle agorà per vivificare i pensieri degli uomini.
I suoi attrezzi da lavoro risiedono nella storia della filosofia: a lui non interessa la coerenza di un aspetto esegetico–critico, ma l’impiego dei concetti filosofici, piegati alle esigenze del mondo che sta davanti. Il consulente filosofico non è uno sprovveduto che va nel mondo come un improvvisatore, come un cieco che si muove a tentoni appoggiando le mani al muro. I concetti filosofici diventato fari, lampade che aiutano ad illuminare il cammino del consultante. Se queste lampade non servono oltre o non colgono più la realtà, il consulente filosofico può sia alternarli con altri parametri presi dalla tradizione filosofica che, addirittura, sostituirli con impostazioni filosofiche più idonee alla comprensione. Egli si fa un acuto osservatore, che si svuota e si riempie della mondità che gli sta di fronte. Se, poi, dovesse cadere vittima dell’estemporaneità, diverrebbe un opinionista alla stregua di tante figure infime che la nostra società produce e il suo lavoro non sarebbe più consono ed efficace.
Il consulente filosofico ha competenza etica, infatti, il comportamento etico è quello che il filosofo può osservare, indagare, accertare, poiché esso non è inconscio o introspettivo, bensì conscio e razionale. Egli solo, dunque, può parlare con autorevolezza e con competenza dei valori, poiché percepisce razionalmente i valori che vengono espressi dal soggetto e lavora insieme all’ospite per arrivare al giudizio del bene e del male, che è a fondamento del suo vivere sociale.
Ecco trovato lo spazio specifico dove questi può agire autonomamente senza essere confuso con altre figure professionali.
Al centro della riflessione dell’orizzonte di senso del consulente filosofico c’è l’attualità, per cui egli pensa e agisce nel qui e ora: il risultato è il congiungimento tra teoria e prassi che realizza, per dirla con Spinoza, la vita attuosa.
In un tempo di negazioni, di problematicità e irrequietudine estremizzato da orientamenti irrazionalistici privi di tensione morale, l’esercizio del pensiero del consulente filosofico si presenta come riflessione operativa, perché egli vive “tra gli uomini e con gli uomini”.
I disagi esistenziali non sempre dipendono da disturbi psicopatologici, ma sono spesso generati dalla mancanza di senso. In una società schiacciata dal potere dell’immagine e della tecnica, la filosofia offre la possibilità di pensare la quotidianità secondo implicazioni filosofiche, dando voce e legittimità alle domande che la vita in forma privata e pubblica impone, favorendo un percorso di ricerca, operando contro il sentimento di solitudine per reintegrare la rappresentazione di se stessi sulla scena della vita.
In ambito sociale e politico si inserisce bene questa nuova figura, potendo operare presso istituzioni ed enti pubblici (ospedali, consultori, carceri, centri di accoglienza per gli immigrati, aziende e imprese). In questi contesti, lo sviluppo di strategie di gestione rappresenta il sostegno filosofico peculiare, a favore di un approccio razionale alle questioni su problemi di identità culturale, di uguaglianza, di educazione e di genere. L’obiettivo è quello di consentire l’acquisizione da parte dell’interessato degli strumenti critico-cognitivi adeguati a determinare una maggiore consapevolezza e, di conseguenza, una più ampia possibilità di orientamento deliberativo.
La modalità d’incontro è il dialogo filosofico secondo un orientamento valoriale che non deve diventare assoluto e codificato in modo definitivo.
L’arte del dialogo permette di gestire la pluralità dei punti di vista, condividendo le diversità. Il consulente opera attraverso un ascolto ermeneutico che aiuti il cliente ad esprimere i propri pensieri, non ponendo al centro il problema in quanto tale, ma la persona nella sua totalità, per condurre il cliente ad una ridescrizione del proprio vissuto aiutandolo a concepire idee alternative. Tutto questo viene condotto facendo leva sulla comprensione delle diverse visioni del mondo e non su processi psicologici, di competenza della psicologia.
Il consulente filosofico ascolterà la narrazione dell’altro e favorirà il completamento del racconto, vestendo un habitus filosofico adeguato.
La cura è una pratica costitutiva dell’uomo che lo invita alla premura e alla devozione. Seneca, nella sua ultima lettera (Ep. 124): “Fra le quattro nature esistenti (albero, animale, uomo, Dio), le ultime due che sono le uniche fornite di ragione, si distinguono per il fatto che Dio è immortale e l’uomo mortale. Il bene dell’uno, cioè di Dio, è compiuto dalla sua natura; dell’altro, invece, cioè dell’uomo, è compiuto dalla Cura”.
L’uomo, quindi, può realizzare tutte le possibilità del suo essere libero attraverso la cura di sé, che egli applica a tutti gli ambiti della sua esistenza. Senza il bisogno di prendersi cura del suo essere nel mondo, l’uomo si rassegna ad un’eterna epoché, si abbandona ad un vivere sospeso senza ricerca.
Il male più grande per l’uomo risiede nell’ignoranza di sé che lo pone in balia di un’esistenza vacillante. La filosofia chiama in causa ogni individuo che vuole contrapporre all’assenza la presenza di sé a sé e agli altri.
Ci si rende presenti attraverso il “conosci te stesso” che implica un percorso di cura. La pratica filosofica può offrire l’opportunità di spingersi oltre l’orizzonte, diventando cerniera tra i nostri limiti e le nostre possibilità. Come pratica d’aiuto la consulenza filosofica offre un sapere che invita a poter vivere bene.
Benvenuti nel blog dello studio di consulenza filosofica “Logos & Pathos” di Giuliano Capozzi e Maria Rosaria Iannotti



